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MADRI CHE ABBANDONANO I FIGLI: PERCHE’ NON POSSIAMO E NON DOBBIAMO GIUDICARLE


In questo ultimo periodo le notizie di cronaca ci hanno raccontato di diversi casi di madri che abbandonano i loro figli. E’ un fenomeno che non è nuovo, infatti sono circa 3000 i bambini che ogni anno vengono abbandonati dopo il parto. La notizia di un abbandono, per quanto comunque rara, suscita in noi sentimenti contrastanti, un mix di angoscia e stupore che spesso ci porta a domandarci come sia possibile che una madre abbandoni il proprio figlio? Il tutto accompagnato da un giudizio negativo e pesante verso queste madri. A mente fredda, in un secondo momento, analizzando la situazione è importante prendere sul serio questo gesto per “quel che è”: una polarizzazione continua verso gli aspetti negativi della vicenda aumenta il rischio dello stigma sociale verso quelle madri che non si sentono in grado di prendersi cura dei loro figli e aggiunge altra solitudine a quella della gravidanza, che per altri ha rappresentato un’esperienza meravigliosa, ma che per loro ha i contorni di una tragedia. Un atteggiamento giudicante, inoltre, aumenta il rischio che la rabbia che nutrono verso il figlio, vissuta nella solitudine e senza vie d’uscita, sfoci in ulteriori atti aggressivi. I media, e noi con loro, sono tenuti invece ad informare che non tutte le donne che diventano madri sono pronte per prendersi cura dei loro figli. Spesso si ha la tendenza a credere che la maternità sia un momento idillico e di gioia, polarizzare questo evento su un versante esclusivamente positivo, negando l’eventualità che sorgano difficoltà e problematicità rischia di avere gravi conseguenze. Dobbiamo invece farci promotori di una comunicazione che possa comprendere nella narrazione sia aspetti positivi che negativi. Sentire di non essere pronte alla maternità (ma neanche a un aborto) è un vissuto non così raro tanto che lo Stato italiano prevede una tutela di questa situazione tramite il Decreto del Presidente della Repubblica 396/2000, art. 30, comma 2, tramite l’istituzione del parto in anonimato in cui lo Stato consente alla madre di non riconoscere il bambino, affidandolo all’ospedale in cui è nato. In questo modo lo Stato garantisce tutela ad entrambi i soggetti, madre e bambino, intesi come persone distinte con specifici diritti. Lo Stato assicura anche la riservatezza di chi consegna il proprio figlio alle cure di altri come atto d’amore estremo, garantendo l’anonimato e facendo sì che il nome della madre rimanga per sempre segreto, all’interno dell’atto di nascita viene riportata infatti la seguente dicitura “nato da donna che non consente di essere nominata”. La nascita di un bambino rappresenta un evento importante all’interno della vita della donna, con significativi cambiamenti all’interno della sua vita personale, emotiva e relazionale. Non tutte le donne possono riuscire ad accogliere ed accettare la maternità, per una molteplicità di motivazioni complesse che è importate riconoscere, comprendere ed ascoltare. Per questo motivo è importante che vengano promosse azioni volte a garantire il benessere della donna durante la gravidanza, soprattutto in situazioni di difficoltà di varia natura, in modo da evitare decisioni affrettate e spesso drammatiche da parte di quelle madri che hanno deciso di portare a termine la gravidanza ma di non volere quel figlio. Affinché una gravidanza posso essere vissuta in maniera più serena possibile, risulta importante per la futura mamma ricevere supporto e aiuto da parte di chi la circonda, famiglia e rete amicale, in primis. Ma in un’ottica più ampia, noi tutti, possiamo supportare le future madri promuovendo una narrazione della gravidanza come un momento importante della vita della donna che a volte può incontrare delle criticità e che non si delinea in una maniera prestabilita.


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